Come è stato sottolineato, in occasione della sua scomparsa, da Nancy Bauer, Alice Crary e Sandra Laugier, Stanley Cavell concepiva la filosofia come un’attività eterogenea che non può essere confinata all’ambito accademico, e che si estende invece in modo naturale a tutti gli aspetti della cultura. Questa concezione è particolarmente rilevante al giorno d’oggi. Lungi dall’essere una disciplina accademica ben definita, secondo Cavell la filosofia consiste nel tentativo ininterrotto di dare un senso alle nostre parole e al nostro linguaggio ordinario, alle nostre pratiche e alle nostre forme di vita – un tentativo che, se riuscito, comporta una trasformazione radicale del sé. Come Cavell afferma già in The Claim of Reason, non si può insegnare la filosofia senza riconoscere che tutti, insegnante compreso, hanno bisogno di essere “educati”, e che in questo senso occorre essere costantemente pronti al cambiamento, poiché di fronte alle domande poste da pensatori come Agostino, Rousseau o Nietzsche ridiventiamo tutti bambini. Ecco perché Cavell definisce la filosofia come “l’educazione degli adulti” – una definizione che, nel corso degli anni, è stata commentata e adottata da diversi altri autori, tra i quali Pierre Hadot e Hilary Putnam.

L’interesse che Cavell ha nutrito per tutta la sua vita nei confronti della trasformazione o trasfigurazione di sé è all’origine della sua “scoperta” del perfezionismo morale, in particolare nella sua versione americana ispirata da Ralph Waldo Emerson. Come Cavell spiega all’inizio di Conditions Handsome and Unhandsome, il perfezionismo morale non è una “teoria” in competizione con altre, ma una “dimensione della vita morale” che attraversa la storia del pensiero occidentale, da Platone e Aristotele a Wittgenstein e Heidegger, e include anche autori come Kleist, Ibsen o Wilde. Questa dimensione della vita morale trova un’espressione paradigmatica in Emerson, che le ha conferito una forma particolarmente interessante e specificamente americana, inaugurando così oltreoceano una tradizione filosofica che Cavell difende come una vera alternativa all’egemonia della filosofia cosiddetta “analitica”. In This New Yet Unapproachable America, egli sostiene che il perfezionismo morale è perfettamente esemplificato dalla volontà di Emerson di incitare l’essere umano a diventare umano, un compito che non consiste nella scoperta di qualcosa di nascosto in noi stessi, ma nella riscoperta del significato della nostra umanità come creazione perpetua del nuovo.

Il perfezionismo morale è infatti caratterizzato dal riconoscimento dell’esistenza di un “sé ulteriore” non ancora realizzato, e quindi dallo sforzo incessante di raggiungerlo, sebbene Cavell sottolinei chiaramente che non esiste un sé definitivo da realizzare. Il perfezionismo morale definisce al contrario il movimento perpetuo da uno stato del sé a un altro, un’incessante trasformazione di se stessi volta a raggiungere il sé ulteriore di ciascuno, poiché l’essere umano è sempre in divenire e sempre parzialmente in uno stato ulteriore. Questo movimento è d’ispirazione nietzschiana in quanto non si dirige verso l’alto – Cavell sostiene senza mezzi termini che la filosofia è rifiuto della trascendenza – ma verso il basso: si dispiega nell’immanenza delle pratiche ordinarie e potrebbe anche essere descritto come il compito (infinito) di accettare la nostra finitudine.

Il perfezionismo morale è quindi chiaramente legato alla concezione antica della filosofia come modo di vivere, caratterizzata dallo sforzo di trasformare radicalmente la propria maniera di guardare al mondo e di abitarlo. La domanda cruciale per Emerson è infatti (ancora) quella della condotta di vita: Come dovrei vivere? Da questo punto di vista, è possibile evidenziare interessanti analogie tra l’opera di Cavell e altre prospettive (apparentemente molto diverse), come il lavoro di Pierre Hadot sugli esercizi spirituali della filosofia antica o l’interesse di Michel Foucault per le tecniche di sé greco-romane. È anche possibile stabilire analogie tra il perfezionismo morale e una certa concezione delle virtù, per lo meno sulla base del ruolo centrale attribuito alla formazione del carattere morale e della critica comune all’idea che la moralità si possa risolvere in una serie di momenti isolati di scelta, o che il ragionamento morale consista soltanto nell’applicare un insieme ben definito di principi ai “fatti” di una data situazione. Al contrario, come Iris Murdoch, anche Cavell è convinto che la vita morale non sia qualcosa che scompare nell’intervallo che separa momenti espliciti di scelta, ma qualcosa che esiste continuamente e che costituisce il sottofondo imprescindibile della nostra vita quotidiana. È infatti, molto spesso, proprio negli intervalli che separano scelte morali esplicite che il nostro sé si forma e si riforma, che il nostro modo di guardare al mondo prende corpo, che i “fatti” di una data situazione vengono definiti.

Attraverso le sue analisi del perfezionismo morale, Cavell mira dunque ad ampliare la concezione filosofica tradizionale (dominante nella filosofia analitica) della vita morale, mostrando che il pensiero morale non si sviluppa in situazioni caratterizzate da possibilità fisse e date in partenza, ma consiste in un esercizio creativo di trasformazione della situazione, e di noi stessi. Il perfezionismo morale, come già accennato, non è una teoria (ecco perché, in definitiva, non può essere considerato come una semplice variante dell’etica delle virtù), ma una prospettiva che ci può aiutare a concepire la moralità stessa in modo diverso.

Certo, questa concezione della vita morale può apparire pericolosamente elitaria. Tuttavia, Cavell ne difende la portata democratica, sottolineandone quindi anche la dimensione politica. Oltre al perfezionismo morale (nelle sue diverse forme) esiste infatti, secondo Cavell, un perfezionismo politico che dà voce a un’aspirazione prettamente democratica. Quello che potremmo chiamare “perfezionismo democratico” è caratterizzato dal contrasto tra conformismo e fiducia in se stessi (self-reliance); come avrebbe detto John Stuart Mill, esso consiste in un esercizio anticonformista dell’individualità. Tale contrasto e tale esercizio definiscono, secondo Cavell, un compito politico: il perfezionismo democratico si muove nello spazio che separa, non solo il mio sé com’è attualmente e come potrebbe diventare, ma anche – e soprattutto – la società così com’è e come potrebbe diventare, animato dall’impulso o dal desiderio di una trasfigurazione incessante del mondo.

Ecco perché il perfezionismo democratico si fonda, in definitiva, sull’espressione pubblica della propria voce. Infatti, secondo Cavell, la democrazia si gioca nel rapporto tra voce personale e discorso pubblico: devo potermi riconoscere in ciò che dice la mia società, poiché le ho prestato la mia voce, accettando che essa parli a mio nome. Tuttavia, non appena questo rapporto diventa dissonante, cioè quando non riconosco più la mia voce in quella degli altri, devo anche accettare il compito (spesso difficile) di esprimere pubblicamente il mio dissenso, guidato dall’idea di ciò che la democrazia dovrebbe essere. Cavell, in modo forse sorprendente, affronta questo tema delicato e complesso in Pursuits of Happiness, il suo primo libro sulle commedie hollywoodiane del rimatrimonio. Infatti, nella sua lettura, questi film drammatizzano proprio il cammino che la coppia protagonista deve effettuare per superare la minaccia di una rottura irreparabile (il divorzio) e ristabilire la loro relazione reciproca, sposandosi di nuovo. Queste commedie esplorano quindi la possibilità di creare una comunità fondata non su un ideale fusionale, ma su una forma costante di confronto e di conversazione, attraverso i quali i partecipanti possano riconoscere la loro condizione comune di finitudine e separazione reciproca, trasformandola al tempo stesso nel fondamento della loro vita insieme. Infatti, per la coppia protagonista, parlare l’uno con l’altra diventa nel corso del film una forma di vita vera e propria, il cui obiettivo non è raggiungere un accordo finale, ma riconoscersi reciprocamente nelle proprie differenze.

Tuttavia, lungi dal tracciare un’immagine quietista e idealizzata della democrazia, Cavell suggerisce anche che la disobbedienza, così com’è definita da Thoreau, ne è (paradossalmente) il fondamento – un sintomo di salute e non di declino. Il perfezionismo democratico è quindi, per Cavell, un modo di vita caratterizzato dall’instaurazione di un rapporto critico con lo stato attuale della propria società così com’è e dal desiderio, rilanciato senza sosta, di un cambiamento del mondo nel suo insieme. Per lui, questa è la caratteristica essenziale di una democrazia in buona salute, una democrazia che, per esistere, richiede di essere incessantemente riscoperta, così come Cavell si augura lo sia la filosofia americana come egli la concepisce.

Riferimenti bibliografici
S. Cavell, The Claim of Reason. Wittgenstein, Skepticism, Morality, and Tragedy, Oxford University Press, Oxford 1979.
Id., Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio, a cura di P. Donatelli, Cue Press, Imola 2022.
Id., This New Yet Unapproachable America. Lectures after Emerson after Wittgenstein [1989], University of Chicago Press, Chicago 2013.
Id., Condizioni ammirevoli e avvilenti. La costituzione del perfezionismo emersoniano, a cura di M. Falomi, Armando, Roma 2014.
Id., Cities of Words. Pedagogical Letters on a Register of the Moral Life, Harvard University Press, Cambridge 2004.
R.W. Emerson, Saggi [1841/1844], a cura di P. Bertolucci, La Vita Felice, Milano 2018.
P. Hadot, La philosophie comme éducation des adultes. Textes, perspectives, entretiens, a cura di A.I. Davidson e D. Lorenzini, Vrin, Paris 2019.
J.S. Mill, Sulla libertà [1859], a cura di G. Mollica, Bompiani, Milano 2000.
I. Murdoch, The Sovereignty of Good, Routledge, New York 1991.
H.D. Thoreau, Disobbedienza civile [1849], a cura di L. Caffo, Einaudi, Torino 2018.

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