Siamo nel 1975 negli Stati Uniti, una giovane donna entra in un appartamento dove è in corso una festa ed inizia a raccontare. È un racconto dei vivi e dei morti, su come i morti segnino le emozioni dei vivi. Il racconto rimanda al passato. Siamo nel 1953, in Colorado un anziano signore trae in salvo una giovane donna, un’attrice, durante una bufera di neve. Troppo bella e curata per essere del tutto verosimile la sua presenza. A sua volta, l’attrice racconta al vecchio una storia che risale all’inizio del Settecento, quando una coppia di contadini accoglie un giovane inquieto, che dietro la dolcezza dei tratti del volto, manifesta aggressività e violenza. Tra gli interni dove il fuoco alimenta le storie e l’esterno dove la neve e la nebbia attenuano la linea di definizione del mondo, perché percepiamo soprattutto atmosfere, ciò che viene alla luce è soprattutto una infinità di dolore, effetto della violenza e della brutalità umane.

L’umano viene a leggibilità e comprensione soprattutto attraverso storie, non attraverso categorie (era la grande tesi di Tempo e racconto di Paul Ricoeur). E ciò che le storie portano a comprensione e sintesi è soprattutto ciò che all’umano sfugge, cioè il tempo. Non è un caso che l’oggetto simbolico che attraversa i tre momenti narrativi del film sia un orologio da taschino: non solo simbolo del tempo che passa, ma di una eredità che viene dai padri, e di una tradizione che è venuta a costituirsi.

Ma di che tradizione ed eredità si tratta? Violenza e sopraffazione, bambini che hanno visto padri uccisi davanti ai loro occhi, vendette e ritorsioni, figli definitivamente scomparsi, tutto questo definisce, attraverso gli anni e i secoli, un senso di ingiustizia perenne, dove il senso della vita sembra ritrovarsi solo nel compimento di vendette. Come sanare questa violenza e le ferite dolorose che ha causato e continua a causare? Come tracciare una linea definita, un principio di equilibrio sentimentale e morale, in un mondo coperto da una costante coltre di neve? Quale principio di sintesi troviamo nel moltiplicarsi e sdoppiarsi delle storie, tutte animate da una identica risonanza emotiva?

Il film – andando avanti ed indietro nei diversi momenti temporalmente e narrativamente distinti – restituisce lo sfondo malinconico di una umanità dove le sfumature riguardano solo le forme del dolore. I volti del vecchio e della ragazza, quelli del ragazzo che cerca l’intesa con la giovane moglie del contadino che si cura di lui, il calore degli interni alimentato dal fuoco del camino, contrapposto alla bianchezza fredda della neve, definiscono un mondo che oscilla tra senso della fine (sentimento malinconico) e assegnazione della fine stessa (violenza e uccisione).

Come far nascere la vita? C’è uno spiraglio per un sentimento d’amore? Qui Casey Affleck opera uno scarto, che per certi versi attenua il fascino del film, segnato da un’atmosfera in cui i vecchi sembravano accompagnati da giovani fantasmi nel loro ultimo periodo di vita, in un paesaggio che rendeva la natura contesto isolato e congelato, da cui sembrava impossibile uscire. Tale scarto trasforma quei giovani in due vampiri, e quella ragazza che vediamo nei tre momenti e contesti distinti della storia è la stessa ragazza, cioè un vampiro che nella sua vita perenne ne incontra un altro, il ragazzo curato dai contadini, che quando prova a morderla si accorge che ha lo stesso sangue. Quei vampiri lasceranno solo macerie di case incendiate al loro passaggio. Nel deserto e nella solitudine secolare e senza riscatto, un sentimento di attrazione sembra attribuibile solo ad un vampirismo come modalità della relazione.

Quei due giovani vampiri usciranno insieme nel finale, su una strada, marceranno paralleli, vicini e distanti allo stesso tempo. Ma forse, se l’umano è teso ad “ospitare ciò che da fuori arriva” (come il film ci ripete all’inizio e alla fine), questo fuori che dà senso al suo interno, che lo plasma, che lo preserva da violenza e da vampirismo viscerale, prende il nome di narrazione. È solo il raccontare storie che garantisce e preserva ciò rende l’umano umano. È solo il film come storia che ci restituisce un’unità di senso che i personaggi faticano ad avere.

Company. Regia: Casey Affleck; sceneggiatura: Casey Affleck, Ron Hansen; fotografia: Masanobu Takayanagi, Lachlan Milne, Adam Arkapaw, Marcell Rév, Holger Jungnickel, Joaquin Baca Asay, Noah Fallis, Casey Affleck; montaggio: Leslie Jones, Radek Sienski, Julie Monroe, Casey Affleck; musiche: Daniel Hart; interpreti: Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens, Scoot McNairy, Emily Alyn Lind, Caylee Cowan, Atticus Affleck, Indiana Affleck; produzione: Image Nation Studios, Spooky Pictures, Rabbits Black, Artists Equity; distribuzione: AGC Studios; origine: Canada, Usa; durata: 92’; anno: 2026.

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