Le strutture narrative quando sono orientate alla riconciliazione finale fanno del racconto una costellazione di motivi che diventano per il personaggio sintomi di un problema. Capito e affrontato questo, il soggetto può orientare la sua vita verso un futuro migliore. In Bunker,la bella villa londinese dove abitano l’architetto spagnolo Miguel Moreno (Javier Barden) e la moglie Sophia (Penelope Cruz) con le loro due figlie, ha un giardino confinante con un garage. Sul muro di tale garage viene fatto un buco. I colpi di piccone allertano, di prima mattina, Miguel che accorre per farli interrompere. Il proprietario del garage, Toby (Stephen Graham), gli dice semplicemente che vorrebbe far entrare il sole in quello spazio per renderlo abitabile.

L’ossessione visiva – lo sguardo insistente verso il buco – e sonora – la forte percezione dei colpi di piccone – indicano che per Miguel non si tratta semplicemente di fastidiosi problemi di vicinato, ma del fatto che quel buco, che diventerà finestra perché Toby non vuole rinunciare al suo progetto, ha un valore di sintomo. Sintomo di una vulnerabilità che l’architetto non vuole vedere, e che l’esposizione ottica allo sguardo altrui gli mostra. Qualcosa è sfuggito al suo controllo, e questo lo turba. Parallelamente a questa situazione, ne vediamo un’altra nella quale a Miguel viene proposta, da un ricchissimo imprenditore californiano (uno di quelli che tengono in mano le redini del modo), la costruzione di un bunker. Dunque, uno spazio pensato in modo esattamente opposto al garage con finestra. Qui si tratta di togliere la luce, la possibilità che entrino raggi di sole, per proteggere chi sarà costretto a rifugiarsi in quel posto per i grandi problemi del mondo e del pianeta che presto sopraggiungeranno. Miguel ci pensa seriamente al progetto, perché i soldi in gioco sono tanti.

Questa polarità – buio/luce, chiusura/apertura – conferma che il problema di Miguel, nascosto dalla sua grande ambizione, è l’esigenza quasi paranoica di controllo della sua vita –  come gli dice la moglie –, del suo spazio e del suo tempo (organizza meticolosamente anche le attività quotidiane, a partire dal cucinare). Tale istanza di controllo si estende anche alla moglie, che è editor di una grande casa editrice. Quando questa segue l’ospitalità di un giovane scrittore americano di successo, a Londra per lanciare il suo libro, Miguel si ingelosisce. La didascalicità di tale schema narrativo viene a completarsi, predisponendo alla presa di coscienza di Miguel, quando proprio da quella finestra del garage Toby vedrà i ladri in casa di Miguel e interverrà salvando la famiglia dell’architetto.

Se lo schema narrativo si muove come un meccanismo prevedibile, la messa in scena diventa il cuore del film, perché restituisce tutta l’ambiguità che abita Miguel, senza che questo se ne renda conto. Dietro ragioni plausibili – non si apre una finestra senza autorizzazione e potrebbe aver senso realizzare un progetto architettonico molto redditizio – Miguel non vede il suo problema, la sua diffidenza verso il mondo, la sua esigenza di controllo, il bunker in cui lui stesso è prigioniero e che estende alla famiglia. Glielo rivelerà la moglie Sophia, che metterà in crisi il loro rapporto, criticando la scelta del marito – oramai architetto affermato e dunque libero di scegliere quello che vuole – di progettare un edificio simbolo delle tendenze paranoiche di chi sta al potere.

Il modo in cui Miguel proietta il suo problema sull’esterno e sul mondo, non sapendolo decifrare in sé stesso, trova espressione notevole nella recitazione di Barden, in uno sguardo e in un ascolto protesi solo apparentemente verso l’esterno, ma di fatto preda di fantasmi interiori. Il bunker del suo io non vuole finestre.

Molto bello è il modo in cui questa ambivalenza coinvolge anche Sophia (in questo è straordinaria Penelope Cruz), ma con una differenza fondamentale. Il sentimento della donna non riguarda il controllo e il potere, ma l’amore per il marito, e trova espressione non in un bunker, ma in un’opera d’arte, un quadro in cui due coniugi sono ritratti abbracciati sul letto. Questo dipinto che la donna vede in una galleria la colpisce molto, ma non sa bene perché, le ricorda qualcosa che non ha più. Sente che quell’abbraccio desiderato è impossibile con l’uomo che ha vicino, senza quest’ultimo cambi. Il cambiamento – conseguenza del gesto eroico di Toby, verso cui Miguel aveva sviluppato tutti i possibili sospetti, persino quello di avergli ucciso il gatto – ci sarà, Miguel abbandonerà il progetto del bunker.

Nel finale vediamo marito e moglie a letto, disporsi lentamente nel sonno in un abbraccio analogo a quello del quadro. Zeller conferma una notevole maestria nella regia, sapendo restituire il carattere sospeso e ambivalente di personaggi e situazioni: qualcosa accade senza che se ne abbia consapevolezza; si agisce senza sapere fino in fondo ciò che si fa. Ma tale maestria viene messa al servizio di strutture narrative e tematiche semplificate e in questo caso anche didascaliche. Siamo molto lontani da modelli che nel film risuonano come il Kubrick di Eyes Wide Shut.

Bunker. Regia: Florian Zeller; sceneggiatura: Florian Zeller; fotografia: Ben Smithard; montaggio: Yorgos Lamprinos; musiche: Volker Bertelmann; intepreti: Penélope Cruz, Javier Bardem, Stephen Graham, Paul Dano, Patrick Schwarzenegger; produzione: Blue Morning Pictures, Mod Producciones, Pathé Films, Mediawan, Entourage Pictures; distribuzione: Filmnation Entertainment, Notorious; origine: Francia, Spagna; durata: 126′; anno: 2026.

Share