Vivere intensamente,
inebriati dalla positività dei flussi di desiderio che ci circondano e ci definiscono:
ecco l’inizio dell’affermazione etica
.
Rosi Braidotti

Rosi Braidotti certamente non è un’ “orfana filosofica” (Braidotti 2026, p. 239), e infatti il suo testo su Deleuze (Castelvecchi, 2026) ci racconta esattamente il suo Deleuze e il loro concatenamento, senza farne un’epigrafe. Testimone più che “ereditiera”, Braidotti ripercorre il proprio confronto col filosofo della gioia e delle connessioni, raccontandone l’evoluzione dai primi folgoranti incontri – siamo nel vivo degli anni settanta a Parigi – alle frequentazioni teoriche più mature, mediate da decenni di nomadismo intellettuale e femminista.

“Nomade” è come Braidotti qualifica il proprio progetto intellettuale: pratica attiva del “divenire nomade” deleuziano, ossia quella modalità di pensare e vivere a cavallo tra codici prestabiliti e rigidi, spezzando il ciclo della negatività e della mancanza per aprirsi alle possibilità del virtuale, già sempre latenti e presenti come novità nel reale. Essere o divenire nomadi significa trovarsi in un perpetuo stato di conversione (c’è chi la direbbe mistica) e trasformazione, di trasposizioni: una condizione dalla quale non possiamo sottrarci, essendo parte integrante delle nostre dinamiche socio-politiche contemporanee e, più profondamente, che caratterizza lo stato fondamentale della vita stessa, zoé. «La politica astratta deve lasciare spazio al politico come pratica collettiva di elaborazione di alternative: l’affermazione è azione» (ivi, p. 33)

L’etica affermativa sostiene tutta l’opera di Deleuze, e Braidotti ricorda come questa sia nata non solo per la simpatia intellettuale che Spinoza, Bergson, Nietzsche o Leibniz suscitavano al filosofo (ivi, p. 176), ma soprattutto per una necessità pratica e politica precipua alla società dei consumi. Una rivoluzione fallita dal punto di vista politico, quella del Sessantotto fu comunque un successo culturale, sebbene l’imperialismo capitalista avrebbe presto confutato ogni residuale credenza veteromarxista nell’ideale del “progresso” – e qui non solo Pasolini, ma la stessa “primavera di Praga” vengono rievocati (ivi, pp. 11-12).

Sotto questo impulso l’alternativa deleuziana è stata quella di pensare una rivoluzione possibile nel presente, nell’immanenza assoluta di un tempo paradossale: né chronos romantico (il tempo lineare e teleologico proprio di ogni idealismo e ideologia), né un aion melanconico (quello dei cicli di riproduzione infiniti, di una ripetizione differenziata ma senza differenza), ma aion molecolare, tempo puro dell’evento. Ecceità dell’hic et nunc, ogni configurazione (una vita, un partito, un pensiero, un amore…) possiede una dignità intrinseca, mobilitata dal grado di affinità affettiva con tutte le altre – dove l’affetto è una relazione di tipo materiale.

Come ricorda Braidotti, la psicoanalisi è stata un potente strumento di autocoscienza, specialmente per il femminismo di quegli anni, in grado di tematizzare le fratture interne al soggetto, il nostro essere sempre dividui. L’iperfissazione sulla dinamica della scissione però, specialmente nel contesto lacaniano – in cui rientrerebbero i neohegeliani “leninisti” come Žižek o pensatrici della differenza come Kristeva, la “lacaniana di destra” (ivi, pp. 46-47) –, ha viziato una retorica della mancanza propria di un certo femminismo e pensiero di genere (come Butler) incapaci dunque di vedere la possibilità di una politica alternativa nel presente, a partire da una riconfigurazione per l’appunto degli affetti, che determinano così lo status quo imposto dal fissismo identitario moderno e occidentale.

«I processi di divenire non sono identitari, ma nomadi: non si basano su un sé stabile e centralizzato che ne supervisiona il corso, bensì su un soggetto non-unitario, stratificato e dinamico» (ivi, p. 52). Nel “divenire donna”, precondizione deleuze-guattariana di ogni “divenire rivoluzionario”, «la donna in questione non è un referente empirico, ma una posizione immaginaria e topologica legata al sistema simbolico» (ibidem). Nella cartografia della filosofia nomade non si tratta allora di attuare una politica della “posizionalità” ancorata a una certa idea fissa del sé o del proprio ideale, ma nell’attualizzare la «rete di relazioni collaborative con gli altri» nella misura in cui partecipiamo allo stesso conatus vitale. Zoè, la “nuda vita” che per Agamben è sinonimo di potestas, di necropolitica, diventa così lo spazio postidentitario dove bios si reinnesta in una ecologia (non ego-logica) vitalista e materialista (ivi, pp. 198-199).

Deleuze aiuta a decentrare il dibattito politico dal monologismo liberale dei diritti a una teoria degli affetti veramente trasgressiva e ribelle in quanto propria di una soggettività affermativa e “multiplanare”. Partendo dai nodi irrisolti di questa teoria deleuziana del “femminile” (minoritario, virtualmente inesistente e necessario al divenire), Braidotti precisa che né lì né nella sua filosofia nomade il conflitto e la negatività vengono elisi: prima di poter abdicare la propria identità a favore di un’etica affermativa, il soggetto deve avere il diritto di parlare a proprio nome (ivi, p. 81). Solo a quel punto la tattica (politica) può rovesciarsi in strategia (politico), per riprendere un lessico negriano, per portarci infine a «Dire addio alle identità una volta e per sempre» (Braidotti, Guerriero 2018).

Identità sessuali, etno-nazionali, specie-specifiche, ecologiche: ecco i vecchi baluardi di un pensiero inadatto ai nostri tempi globali, poliglotti, cyborg e in ultima istanza postumani. Dismettere le identità non significa abbandonare ogni limite, bensì pensare in termini di soglie, ritmi, eventi che tendono a delle forme di metastabilità sempre più spontanee e migliori. Incapsulati dalla nostra pelle, siamo corpi materiali e affettivi, sessuati, ma nondimeno nomadi in quanto vivi di una vita che non ci appartiene: «La vita in noi di certo non porta il nostro nome» (Braidotti 2026, p. 213), zoé. “Una vita”, da vivere “al futuro anteriore”, come se la morte fosse “già stata”, impegnandoci a trovare uno stile per quella morte biologica che è l’unica ancora a venire. Controcanto del cigno, la filosofia nomade di Braidotti solca le bruciature narcisistiche lasciate dalla debbiatura di Deleuze.

La morte, compagna socratica della filosofia, è un topos braidottiano molto complesso, delicato, in grado di lenire o innescare più di una reazione al trauma oggi più che mai. Richiede molta immaginazione pensare al mondo postidentitario, postumano e postmortale, un mondo in cui l’individuo non si consideri più tale ma parte unica, irripetibile e nondimeno evenemenziale di un tutto, con ciò che ne conseguirebbe a livello politico e postistituzionale, postanarchico. «Nuovi umanesimi sorgeranno, come aveva previsto Fanon, ma fuori dal mondo occidentale, che non ne è più degno» (ivi, p. 103). Profezia plausibile e sconcertante per tutti e tutte coloro vivono in un mondo che non è ancora, o forse non sarà mai, quello del secolo deleuziano: abitanti di paesi e province, quartieri o casermoni, più antichi di Babele e più resistenti del silicio, alle prese con una lava nera a forma di anima. Concittadini di questo molti-mondi-in-uno, dove l’anomia accarezza e schiaffeggia a seconda dei corpi e delle biografie, vi rimane aperta la questione di come intercettarli quando l’identità è l’unica base da poter mobilitare per partecipare alla vita comune.

Identità. Ce ne rimane solo un’asse galleggiante, di questa nave di Teseo, naufragata o mai esistita completamente. Ciò nonostante, tiene a galla, fa riposare e trasporta anche i nomadi di terra e di mare, prima ancora di farli incagliare.Una voce che chiama il tuo nome, uno sguardo che perfora la tua anima, l’ecceità della tua vita, è a sua volta una cura dell’immanenza, disinteressata al paternalismo. “Antidepressivo” simbolico, l’identità è d’altro canto il fronte dove si gioca un partigianato con la morte dell’altro e del suo nome: nome d’umano, d’animale o di macchina. Nome d’un amore che come tale, per altre finestre di fianco a quelle deleuziane, può farci dire basta alla morte, una volta e per sempre.

Riferimenti bibliografici
R. Braidotti, A. Guerriero, Rosi Braidotti: Ending identities once and for all, in “Electra Magazine” 2018.

Rosi Braidotti, Deleuze. Il desiderio di divenire, Castelvecchi, Roma 2026.

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