Hundreds of Beavers segue la mirabolante avventura di Jean Kayak (Ryland Tews), un pioniere dell’America di frontiera, territorio ancora rappresentabile come in un albo per bambini illustrato ad acquerelli. Un almanacco di paesaggi incontaminati, punteggiati da cavalli, rubicondi bovari e arcigni pellerossa. Sopravvissuto per miracolo all’esplosiva devastazione della sua distilleria di sidro, Kayak si risveglia tra la neve e i ghiacci della foresta invernale e dovrà cacciare per sopravvivere, combattendo la resistenza ingenua e spietata degli abitanti della foresta: conigli, procioni, puzzole e, naturalmente, centinaia di cattivissimi castori.
Il viaggio di questo sgangherato eroe è raccontato in un bianco e nero estremamente contrastato, grafico, come se fosse uno stencil da “graffitaro” animato a ventiquattro fotogrammi al secondo. Il timbro ritmico del film è un mashup delirante tra la slapstick comedy, le animazioni dei Looney Tunes e le coreografie action di un Jackie Chan intrappolato nelle dinamiche di un Super Mario Bros. 8-Bit, il tutto attraverso un copione composto da un frasario di lallazioni infantili. L’insieme viene stritolato in un tutt’uno e fatto risuonare dalla volontà iconomaniacale di Mike Cheslik, tesa alla realizzazione come di un assoluto comico, un caracollare irrefrenabile di gag per l’intera durata del film.
Tra le tante sequenze geniali, una per riassumere il film: Jean Kayak segue una coppia di conigli interpretando le tracce che questi hanno lasciato sulla neve; si susseguono diversi quadri, praticamente identici nella composizione, dove a variare sono solo i disegni sulla neve che richiamano, immagine dopo immagine, tutto il ciclo della vita della famiglia di animaletti: l’accoppiamento, la nascita dei cuccioli e il gioco infantile, la morte dei genitori. Fino ad arrivare ai due piccoli di coniglio che, rimasti orfani e indifesi, guardano il famelico trapper con occhi che, nonostante gocciolino di tenerezza, non basteranno a farli risparmiare dal finire, con un crudele taglio di montaggio, arrostiti allo spiedo. La drammaturgia come questione di segno nel campo dell’inquadratura. Punto, linea, superficie.
Punto. Il protagonista, una mascotte indimenticabile, artefice del successo del film dentro e fuori dallo schermo. Un’entità con alcune tensioni interiori basilari: nutrirsi e corteggiare la bella figlia del commerciante. Abita lo spazio dell’inquadratura esprimendo silenzio, concentrazione, staticità. Al variare della sua posizione nel quadro varia la sonorità emotiva della scena. Quando il protagonista si muove traccia una linea, che può essere orizzontale, verticale, obliqua, curva o spezzata. Linea come suono prodotto dal movimento: Jean Kayak che sprofonda, scivola, inciampa, slitta, scala, viene sparato in aria, rimbalza, gira su sé stesso. Il corpo e il suo movimento come traiettoria drammaturgica ed emotiva della partitura comica del film. Jean Kayak caccia nella foresta, ma anche nel lago, nella caverna (piena di lupi), negli alberi, nel diga-fortezza dei castori, nel cielo. Superficie, il set dove si svolge l’azione del personaggio. Il vilipendio ridicolo del sé a confronto con un mondo fuori controllo, che agisce sul soggetto piuttosto che essere agito da lui (qui è più Buster Keaton e meno Charlie Chaplin, nonostante le evidenti ruberie da Tempi moderni nella sequenza della fabbrica spaziale). Come se il film, dopo la spinta iniziale giù dalla collina, dove torreggiavano i silos di sidro del protagonista, si muovesse per un moto inerziale facendo sbandare il protagonista da uno stage all’altro, in uno zig-zag che sembra un flipper tra uno slap e uno stick.
Hundreds of Beavers è un marchingegno visivo da risata, diabolico e irresistibile, che fa della povertà di mezzi un minimalismo stilistico e dell’amatorialità un laboratorio artigianale di cinema. Sognando in grande, con micidiale precisione, architettando scena per scena un’epica del low-budget. Un film di e su un’innocenza operosa, che dice che per riuscire nei propri intenti l’ingegnosità deve andare a braccetto con la fede, con la credulità nelle forze dell’immaginazione. Come un bambino che allestisce teatrini nel salotto di casa, con tende e cuscini come scenario, travestito di stracci che sono vesti regali e armature. Imbraccia pali di scopa o pistole di plastica e stravede di nemici invisibili, giganteschi e temibili, dalle teste enormi e i denti in fuori, aguzzi, e con loro si dà battaglia per la vita. È il gioco più serio del mondo, da cui si finisce sudati stremati accaldati dalla foga della fantasia, per poi lasciarsi cadere sul divano ricoperto da una neve che nessuno tranne noi può vedere, disegnando col dito attorno alla nostra testa la forma di una corona, o di un berretto di procione.
Hundreds of Beavers. Regia: Mike Cheslik; sceneggiatura: Mike Cheslik, Ryland Brickson Cole Tews; fotografia: Quinn Hester; montaggio: Mike Cheslik; musiche: Chris Ryan; interpreti: Ryland Brickson Cole Tews, Olivia Graves, Doug Mancheski, Wes Tank; produzione: SRH, Kurt Ravenwood, Matt Sabljak, Ryland Brickson Cole Tews, Sam Hogerton; distribuzione: Parthénos Distribuzione; durata: 108′; anno: 2022.