“Perché siete qui?”. The Basics of Philosophy inizia con il primo piano di un uomo e con una semplice ma vertiginosa domanda rivolta evidentemente a noi spettatori (visto che sarà solo la successiva inquadratura a chiarire il contesto di un’aula universitaria). Arrivato al ventiquattresimo film da regista, dopo una lunghissima carriera che ha attraversato (e influenzato come pochi altri) almeno tre generazioni di cinema americano, Paul Schrader ci chiede con vertiginosa frontalità che cosa ci spinge ancora a vedere un (suo) film nel 2026, in un Festival o in qualsiasi altro schermo. Del resto, “che cosa è il cinema nel XXI secolo” è stata la quaestio fondamentale almeno da The Canyons in poi.

Diciamolo subito, questo è un film intimamente schraderiano e perfettamente inserito nel discorso teorico ed estetico del suo autore. Un nuovo tassello di quel riconoscibile mosaico di regole ossessivamente ripetute che concepiscono il cinema come una sorta di rituale aperto a ogni variazione su tema. Ed è proprio intorno a queste deviazioni dallo spartito che puntualmente noi spettatori ci interroghiamo sul dilemma morale contingente trasformando lo stile cinematografico in forma di vita. L’identità dei personaggi di Schrader non è scindibile dalla loro maschera e da un ruolo sociale autoimposto da assolvere con zelante precisione: il tassista, lo spacciatore, il giocatore, il sacerdote, il giardiniere, il professore, eccetera. Occupazioni. Quindi, azioni reiterate come funzioni trascendenti per sedare traumi rimossi che solo il cinema può (bressonianamente) far balenare dall’inespressività di volti svuotati di sentimenti e in perenne ricerca di singoli attimi di redenzione. Insomma, una filmografia di rara integrità e consapevolezza estetica.

Arriviamo a The Basics of Philosophy. Con un’economia visiva e narrativa che ormai sfida in austerità i modelli tanto amati (Bresson, Ozu), Schrader ci immerge nelle monotone azioni e nelle scioccanti ambiguità del professor John Jorrisen (Jack Huston) confinato negli ambienti spogli, quasi carcerari, dove ha deciso di isolarsi dal mondo scrivendo un libro su Spinoza e sull’attualità del suo pensiero. Ad interessarlo è soprattutto il concetto di “ragione” che renda le passioni geometrie emotive prevedibili e passibili di cambiamento e perdono. Perché lo interessano tanto queste implicazioni? La scrittura di un diario e la voice over diaristica (che da Taxi Driver in poi caratterizza le introspezioni schraderiane), diventano un libro “difficile da scrivere” che forse John non finirà mai, proprio perché incapace di accedere alle sue emozioni diventate stasi. La morte del padre autoritario è l’evento decisivo che rompe questa stasi esistenziale destinata alla pura teoria. Un terribile segreto erompe dal suo passato con disturbanti immagini in bianco e nero che disegnano in poche inquadrature il rapporto con gli arcaici dogmi morali paterni, la laboriosa convivenza con le domande sul suo orientamento sessuale, infine l’episodio di un abuso perpetrato su un suo giovane allievo che sfuma nell’irrappresentabile e nell’oblio del ricordo. Come nel dispositivo di rammemorazione in Oh, Canada, l’inquadratura diventa il riflesso opaco di un terribile senso di colpa amplificato dal conflitto con la wellesiana figura del padre (Bill Pullman) che ridisegna il futuro di John e lo condanna alla sua maschera sociale. La filosofia diventa un rifugio per tentare di fuggire alla predestinazione ragionando nuovamente sul libero arbitrio.

La regia di Schrader sottolinea ogni ambiguità e mette in dubbio persino i piani dell’ordine di realtà: proprio come in Taxi Driver le inquadrature diventano il correlativo oggettivo della visione alterata del protagonista. E non è forse un caso che il nome del produttore Martin Scorsese ci venga presentato sin dal primo titolo di testa alludendo a quella precedente collaborazione: John Jorrisen è forse il personaggio più vicino a Travis Bickle che Schrader abbia mai scritto. Un personaggio rinchiuso in luoghi bui e angusti, pedinato nei primi piani inespressivi della sua solitudine o nel monotono rapporto con la sua compagna psicologa (Sofia Boutella), infine sfidato con leggeri movimenti di macchina che schiudono l’abisso morale e anticipano le sue riflessioni sul suicidio non dissimili dai rituali di Mishima. Un film ambiguo e problematico, letteralmente “discutibile”, perché esige una discussione che escluda ogni giudizio preventivo. Un film chiaramente fragile nella rimessa in scena di stereotipi di genere, ma il punto è proprio questo: in Schrader tutto chiede disperatamente di essere discusso, messo in crisi, problematizzato e reso attuale per rendere umani e configurabili discorsi e concetti astratti come colpa, perdono e redenzione (per i suoi radicali personaggi e persino per l’autore stesso). Un cinema ormai consapevolissimo del suo archivio di forme sedimentate ma capace di creare una dialettica con ogni presente perché (da) sempre costruito sull’universale tensione al dubbio che permea ogni inquadratura e interroga lo spettatore. Uno sguardo sincero e radicalmente modernista che concepisce il cinema come come fragile via d’accesso alle “domande fondamentali dell’esistenza”, come dice il professor Jorrisen ai suoi studenti. John è personaggio che, proprio come Travis Bikle, continuerà a dubitare di una possibile redenzione e per questo sarà continuamente “vigilato” dai fantasmi (del cinema) in un finale allucinatorio che allude al set visto come unico spazio capace di accedere a ogni scomoda verità. “Perché siamo ancora qui?”, ci chiederebbe ora Paul Schrader.

The Basics of Philosophy. Regia: Paul Schrader; sceneggiatura: Paul Schrader; fotografia: Sean Price Williams; montaggio: Stephen Gurewitz; musica: Eli Keszler; interpreti: Jack Huston, Sofia Boutella, Daniel Zovatto, Bill Pullman, Dana Delany, Shiloh Fernandez, Karl Glusman, Elizabeth Petruso; produzione: Film Maudit (Braxton Pope), Redline Entertainment (David Wulf); origine: USA; durata: 94’; anno: 2026.

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