Nell’incipit di Malina, Ingeborg Bachmann presenta le dramatis personae del romanzo. Ivan ha una data e un luogo di nascita; Malina, autore di un Apocrifo ormai fuori commercio, un’età indeterminabile. Il terzo personaggio, che più avanti farà riferimento a sé stesso come una sconosciuta, non ha nome: «Io: Passaporto austriaco, rilasciato dal Ministero degli Interni […]. Occhi scuri, capelli biondi, nata a Klagenfurt, seguono dati e professione, cancellata due volte e riscritta, indirizzi, cancellati tre volte» (Bachmann 1973, p. 12). L’io si presenta come un documento di riconoscimento cui manchi ciò che ne farebbe un’identità. Infra, le unità di tempo e luogo: oggi; Vienna.

Tre anni più tardi, Un viaggio a Klagenfurt di Uwe Johnson (appena ripubblicato da L’orma Editore) si apre con lo stesso genere di documento, redatto però dall’esterno: il necrologio letto il 4 novembre 1973 all’Accademia delle Arti di Berlino Ovest. Le date, le università, la dissertazione su Heidegger, l’elenco delle pubblicazioni, e in fondo: «a Roma è morta» (Johnson 2026, p. 10). Prima del necrologio, isolata, una frase che rende possibile e al contempo vieta il discorso che seguirà: «Inoltre ogni necrologio non può che essere un’indiscrezione» (ivi, p. 9). È una frase di lei, tratta da una lettera privata indirizzata allo stesso Johnson. Il libro comincia dunque citando la persona di cui parlerà per dichiarare che non ne ha il diritto, che sta compiendo un’indiscrezione.

Certo, quel divieto iniziale non è solo un’excusatio. Nella prima delle lezioni di Francoforte, Bachmann aveva chiesto: «Perché scrivere? A quale fine?», constatando che non esiste più un «mandato» dall’alto e che il compito che ci si assegna da soli non può che essere «arbitrario, ambiguo» (Bachmann 1993, pp. 18-19). In Malina, l’io senza nome porta la constatazione alla forma giuridica che le compete: in un’intervista immaginaria a un giornalista cui «spetta il merito di aver portato l’indiscrezione nei [suoi] confronti a un limite estremo» (Bachmann 1973, p. 81), racconta di aver lasciato gli studi di legge perché non avrebbe saputo «chi o che cosa [sarebbe] stata in grado di rappresentare, di difendere. Tutti e nessuno, tutto e niente» (ivi, p. 82). Il romanzo mette in scena, e rifiuta, qualsiasi avvocatura o sinegoria: qualsiasi voce che parla per un altro davanti a un terzo.

Johnson assume precisamente quella posizione. Quelle del suo libro sono forme di patrocinio: una «perizia» (Johnson 2026, p. 76) sui rumori che assediano la terrazza di via Bocca di Leone, chiusa «constatando» (ibidem) il grado di informazione di ciascun suono; una «rettifica» (ivi, p. 70) inviata allo «Spiegel» e mai pubblicata; il §1 del regolamento cimiteriale citato per esteso; orari, tariffe, chilometraggi, superfici in ettari e are. In una recensione del 1974, Heinrich Böll aveva già trovato due parole-chiave per avvicinare il libro di Johnson: «rilevamento di tracce» (ivi, p. 135) e «agrimensura» (ivi, p. 139). Se la prima, Spurensicherungen, è il termine tecnico del rilievo forense delle tracce sulla scena del crimine, l’agrimensore senza mandato ha un nome nella letteratura tedesca – è il K. del Castello, cui Bachmann aveva dedicato gran parte della quarta lezione di Francoforte. In quella sede, il romanzo kafkiano veniva letto anzitutto come un dramma del e nel nome. A K., «fornito più di una cifra che di un nome vero e proprio» (Bachmann 1993, p. 93), è stato strappato tutto ciò che gli darebbe diritto a portarne uno – origine, ambiente, qualità, ogni legame e ogni provenienza. L’io della scrittura contemporanea «è pensabile in viaggio e non certo alla meta, già solo per via del suo nome non è pensabile in una comunità» (ibidem). In che modo può essere ancora possibile ripercorrerne le tracce, persino risalire alle sue origini?

Il patrocinio mostra la propria struttura nella ricerca della tomba. Johnson arriva ad Annabichl il 29 ottobre, quattro giorni dopo la tumulazione, munito di coordinate complete: campo XXV, I classe, terza fila, numero 16. Ma le coordinate non identificano nulla. Non c’è ancora iscrizione – «la tomba 16 potrete trovarla o non trovarla, a seconda delle circostanze» (Johnson 2026, p. 19): bisogna optare per il tumulo di terra scavato di fresco, a sinistra di un gruppo di quattro betulle. I nastri delle corone vengono invece registrati per colore e per ente erogatore – presidente della Carinzia, governo regionale, Ministero federale, sindaco. Le istituzioni si lasciano nominare; la sepolta no. Chi parla per lei parla per un centro la cui esistenza, nell’atto stesso di cercarlo, resta sospesa: il rappresentato non precede il gesto che lo configura; tutt’al più va rintracciato dalla terra smossa – smossa forse da noi stessi nell’atto di cercare.

Se il centro resta indecidibile, tutto si gioca su chi parla, e a chi. Böll aveva osservato per primo che Johnson «non la menziona quasi mai» (ivi, p. 137): il nome compare nel necrologio d’apertura, cioè nell’unico documento redatto da altri, e da lì si ritira dal libro. Al suo posto Johnson dispone, per quattro volte in un crescendo, una frase di lei: si dovrebbe essere soltanto e unicamente stranieri per sopportare un luogo come Klagenfurt più a lungo di un’ora, o per viverci per sempre, «soprattutto non sarebbe lecito essere cresciuti qui ed essere io, e poi ritornarci ancora» (ivi, p. 20). Essere io – questo non ha più niente a che vedere con la capacità di riappropriarsi delle proprie origini, di venirne a capo. Io non significa più altro che una condizione di illiceità: non posso ritornare.

Dev’essere quindi Uwe Johnson a tornare a Klagenfurt in sua vece. Per farlo, in tutto il libro, non dice mai: «io». Dice: «voi». È chi legge a scendere dall’aereo, a procurarsi la pianta della città, a prendere l’autobus «A», a cercare la tomba, a lasciare la mancia. Persino nelle proprie lettere usa il plurale dell’istruttoria: «Ci riferiamo» (ivi, p. 74), «aggiungiamo di nostra iniziativa» (ibidem), «concludiamo la nostra perizia» (ivi, p. 76). Ne risulta una simmetria precisa. Lei ha un io e non ha nome – come in Malina, le sue lettere vengono citate da Johnson come se fossero firmate da una sconosciuta. Lui ha un nome, ma è un patronus senza io.

Ma la formula di questa simmetria è nel libro, travestita. Nella terza lezione di Francoforte, dedicata all’io in letteratura, Bachmann parlava di «un Io che non offre garanzie. Un Io senza garanzie» (Bachmann 1993, p. 58). Senza garanzie, ohne Gewähr: è la dicitura standard degli orari ferroviari, e Johnson la restituisce alla sua forma amministrativa, annotando, dopo aver riportato l’orario estivo delle Austrian Airlines, che «queste indicazioni sono date senza alcuna garanzia» (Johnson 2026, p. 12). La categoria con cui lei aveva definito l’io della letteratura torna come postilla a un tabellone di partenze. È il procedimento del libro in nuce: la citazione travestita da modulo.

Un viaggio a Klagenfurt – ogni viaggio a Klagenfurt – non può allora consistere che in una serie di avvicinamenti-allontanamenti da un centro che resta indecidibile. Né è certo che in questo centro troveremo la lapide di Ingeborg Bachmann. Se quella di Johnson è in ogni senso una scrittura epigrafica, ne traccia i contorni di un epitaffio rimasto vuoto, irriconoscibile. E tuttavia eloquente. Ogni epitaffio apre infatti una scena discorsiva governata da una figura specifica, la prosopopea, che Paul de Man ha indicato come il tropo costitutivo dell’autobiografia. Conferire una voce, un volto a chi non ne ha più. Forse, persino, a chi non ne ha mai avuto – o, meglio, a chi ha potuto vivere senza cercare di appropriarsene. Ma, in quanto tropo, la prosopopea porta con sé, insieme, un trasferimento e un ri-volgimento. Far parlare la morta significa anche sempre pietrificare chi ne ascolta la voce. Eppure, delle tre posizioni schiuse dalla scena prosopopeica, Johnson sembra svuotare, e forse liberare, le prime due: non presta mai una parola all’amica, né parla a proprio nome in quanto testimone e superstite. Resta solo una terza posizione: il siste viator, l’iscrizione che ferma il passante sulla strada.

Ma finanche quest’ultima posizione non può essere occupata da noi che leggiamo. L’apostrofe rivolta a quel viator è, infatti, doppia. Il 1° novembre, giorno di Ognissanti, Johnson riporta per intero un articolo della «Kärntner Tageszeitung» sul ventennale del crematorio di Villach, firmato da Hilde Egger – l’unica firma d’autrice del volume. Gli ottocento gradi, poi mille; le due ore e mezza; il mattone refrattario numerato unito a ogni corpo, «e in tal modo ogni confusione risulta impossibile» (ivi, p. 105). Subito dopo, la voce impersonale che ci ha fin qui guidati si incrina per un attimo: «Ma chi ha parlato poi di cremazioni? Anche se queste informazioni possono avere un buon fine non sono quelle giuste. Non vi riguarda. Partite» (ivi, p. 108). Il documento entra nel testo e viene simultaneamente disconosciuto.

Fermati: va’ via.

È in questa forma che l’indicibile del libro – la morte per ustioni di cui Johnson non scrive mai – trova il proprio accesso alla e come scrittura. Non si tratta tuttavia di reticenza. Il libro è attraversato dal fuoco: il convento che brucia nel 1728, l’incendio del Rainerhof e la propaganda antiaerea, le candele di Ognissanti, l’albero che arde davanti al teatro. Il fuoco, peraltro, era già scritto, quasi presagito, in Malina – «Debbo stare attenta a non cadere con la faccia sul fornello, a non mutilarmi da sola, a non bruciarmi, perché Malina altrimenti dovrebbe telefonare alla polizia e al pronto soccorso, dovrebbe ammettere che per colpa della sua trascuratezza una donna si è quasi bruciata» (Bachmann 1973, pp. 294-295). Ma, forse ancora di più, lo si rintraccia in una voce e in una lingua già non più proprie: «Avec ma main brûlée, j’écris sur la nature du feu» (ivi, p. 86).

Nominare il fuoco, nel 1974, avrebbe voluto dire figurarlo. Thomas Bernhard, pochi anni dopo, lo avrà nominato cancellando in cambio il nome della morta; Fleur Jaeggy, quest’anno, ne avrà descritti i segni esiziali fino all’obitorio, fino alla barella scoperta all’indiscrezione di tutti (Jaeggy 2026). Tre regimi della stessa morte. E quello di Johnson è forse il solo che non converta il fatto in figura. Resta un «tumulo […], al centro, ricoperto da un rado tappeto di fiori» (Johnson 2026, p. 20), riconoscibile da quella terra smossa che «si è già gelata, quest’anno, una volta» (ibidem).

Può stupire che un libro tanto cauto su una persona, sul suo nome e sulla sua morte, sia poi così loquace sulla sua città di origine. La cerniera si trova forse in un luogo apparentemente distante da tali questioni, dove Johnson ferma dei passanti e chiede se Hitler sia mai stato a Klagenfurt, annotando che «questa domanda non sembra indiscreta, invadente o provocatoria» (ivi, p. 40). Ecco la soglia: verso la morta, ogni parola è un’indiscrezione; verso il 1938, nessuna lo è più. Le due metà del libro – la biografia negata e la cronaca municipale dell’Anschluss – non sono accostate per contrappunto. Sono le due facce di un’unica (in-)dicibilità: l’indiscrezione è inevitabile dove il lutto è reale, e diventa impossibile dove la memoria è stata rimossa.

Nelle Postille a Un viaggio a Klagenfurt del 1988 (ivi, pp. 121-134), Luigi Reitani leggeva la città di Klagenfurt come un palinsesto su cui sono impresse più storie: figura certamente esatta, di cui si può tuttavia provare a spostare l’accento dal tema della città natale alla soglia che essa segnala. Il materiale che Johnson raccoglie è infatti, per intero, materiale nominativo: le circoscrizioni fiscali dell’annessione comunale del 1973, l’elenco dei detenuti politici nelle camere di sicurezza – stampato in corpo minore –, e soprattutto la tavola a due colonne delle vie ribattezzate dal 1938. Quella tavola Johnson la fa precedere da un passo di Giovinezza in una città austriaca: «perché tutto abbia un nome, una volta per tutte, perché ogni luogo abbia un nome» (Bachmann 1985, pp. 19-20). Alla richiesta di nomi risponde la loro requisizione da parte del Potere.

Del resto, Bachmann aveva già descritto il proprio paese come «l’amministrazione rituale di un regno di morti» (Bachmann 1973, p. 89), con «la nostra necropoli […] esplorata, etichettata, descritta sulle targhe smaltate in tutti i particolari» (ibidem). Il libro di Johnson esegue quella descrizione alla lettera, raccogliendo il residuo – la settimana del libro, gli indici stradali, il regolamento cimiteriale – che né l’Azienda di soggiorno della Carinzia né lei si dichiaravano competenti a trattare, e che era, esattamente, il fatto di una sepoltura: «l’ufficio turistico fornisce informazioni sui punti essenziali, ci sono cose che non rientrano nella sua competenza, ma nemmeno io sono competente» (ivi, p. 22). Johnson perlustra a fondo quegli opuscoli per stabilire che tutto «sembra escludere che qui sia sepolto qualcuno» (Johnson 2026, p. 13).

L’indice di Un viaggio a Klagenfurt è fatto solo di tempi e di luoghi – lunedì 29 ottobre 1973; Klagenfurt; Roma; giovedì 1° novembre 1973. Ma questi, anziché trovare l’ampiezza di respiro del ricordo, continuano a contrarsi: in un tratto di strada, in una fila di targhe commemorative, in un numero. Le citazioni di Ingeborg Bachmann, nelle note, sono tutte e soltanto date.

Su una di queste, tratta da una lettera dell’agosto 1970, si chiude il libro: «s-Sarò diligente, sarò coscienziosa e parsimoniosa. Ma proprio oggi no» (ivi, p. 113). Johnson la ripete per proprio conto, quasi ad alludere al fatto che nessun lavoro del lutto è stato (ancora) portato a termine. Un lavoro simile non può che restare sospeso nel punto preciso in cui potrebbe compiersi. Lo si rilegge nell’anno del centenario della nascita: una di quelle liturgie – «spettacoli, festival, settimane musicali, centenari, giornate culturali» (Bachmann 1973, p. 89) – che una sconosciuta elencava tra i modi in cui una «burocrazia universale» (ibidem) amministra i propri morti. Lei che avrebbe voluto riposare nel Cimitero Acattolico di Roma (Jaeggy 2026) – anche il suo nome, come quello di Keats, continuando a essere scritto, cancellato, riscritto nell’acqua.

Riferimenti bibliografici
I. Bachmann, Malina, Adelphi, Milano 1973.
Ead., Giovinezza in una città austriaca, in Il trentesimo anno, Adelphi, Milano 1985.
Ead., Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Adelphi, Milano 1993.
F. Jaeggy, Gli ultimi giorni di Ingeborg, Adelphi, Milano 2026.

Uwe Johnson, Un viaggio a Klagenfurt. Sulle tracce di Ingeborg Bachmann, L’orma editore, Roma 2026.

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