Il corpo sospeso di Antigone sul palco del Teatro Argentina, con cui il regista, coreografo e scrittore Alan Lucien Øyen apre la sua Antigone, è una lama nello spazio del teatro: ferisce lo sguardo di chi osserva e ascolta; è cesura tragica della scena. Øyen rende visibile quello che Sofocle affida al racconto di un messaggero (Soph. Ant. 1219-1222): il corpo di Antigone appeso a un velo nella grotta dove il re-zio Creonte aveva ordinato che la nipote venisse sepolta viva (Soph. Ant. 885-890). Non solo: Øyen restituisce il senso del corpo di Antigone sospeso alla memoria dolorosa del corpo dell’amato fratello Polinice, destinato a restare insepolto per il famigerato decreto di Creonte contro cui la giovane donna oppone fiera resistenza, e il senso del corpo sospeso al destino tragico di una famiglia – la famiglia di Edipo (Soph. Ant. 1-6) –. La scelta compiuta da Øyen di privilegiare, per l’apertura dello spettacolo, su tutte le immagini della tragedia di Sofocle la visione del corpo di Antigone e di rendere, attraverso questa, il sentimento della morte, dell’amore, della solitudine, del ricordo, della ribellione alla cecità di un potere senza argini, definisce il nucleo semantico ed estetico di questa sorprendente Antigone.
È a partire dal corpo della protagonista, interpretata dalla magnetica Meng-Ke Wu, che Øyen costruisce un montaggio di scene che da un lato ri-pensano segmenti del mito tragico sofocleo, dall’altro dialogano con quadri di vita contemporanea. E così, davanti al corpo della giovane arrivano, e si fermano a dialogare, il cieco indovino Tiresia (Fernando Suels Mendoza) e un giovane (Lee-Yuan Tu); dietro al corpo di Antigone svettano pannelli di legno, “sette, come le porte di Tebe”, dice il ragazzo: porte insanguinate dallo scontro mortale tra Eteocle e il fratello Polinice. Oltre quelle soglie, si esce dal mito e si entra nel racconto della realtà. Øyen si affida, perciò, non alle parole di Tiresia, profetiche e criptiche, ma alla voce del giovane che, simile a un cronista, racconta ciò che accade nel mondo, meglio, riferisce quello di cui è capace l’uomo, creatura meravigliosa e allo stesso tempo tremenda, come nel famoso primo stasimo dell’Antigone (Soph. Ant. 332-375). Orrore e pietà entrano allora in scena sotto altre forme rispetto a quelle sofoclee e da un altro tempo: si riversano sul corpo permanente di Antigone, che incombe sul giovane e su Tiresia come qualcosa che nemmeno la morte può portare via, e su di noi spettatori che, grazie all’enargheia delle parole del ragazzo, ri-vediamo immagini, ormai quotidiane, di macerie, di uomini che sparano contro ‘fratelli’ alla ricerca di cibo, di donne che accarezzano i capelli di bambini morti, scene di operatori umanitari al lavoro, scene di ordinaria assenza di dignità sul lavoro, che hanno per protagonista un corriere di Amazon.
Il movimento che Øyen porta in scena attraverso i corpi di prodigiosi danzatori tra l’universo del mito tragico sofocleo e la dimensione del reale quotidiano attraversa tutto lo spettacolo. Antigone è il nome dal quale si irradiano danze, musiche e parole di amore, morte, giovinezza, speranze, solitudine, fragilità, resistenza, memorie. Accompagnato dal nome di Antigone, Øyen esplora queste dimensioni che appartengono alla vita di ogni essere umano e crea uno spettacolo di attraversamenti nel materiale e nell’immaginario – nel senso dato a queste parole da Remo Ceserani e Lidia De Federicis –, nel teatro e nel cinema, nell’eredità del teatrodanza di Pina Bausch, viva anche grazie a Øyen. Dopo la morte della Bausch, il talentuoso Øyen è stato infatti uno dei primi ospiti invitati dalla compagnia Tanztheater Wuppertal Pina Bausch per la quale ha firmato Bon Voyage, Bob (2018). E sulla scena di Antigone ri-vivono, tra antichi e nuovi significati, rimembranze di questo lavoro che prende il via dalla morte del fratello di una danzatrice, alcune delle quali trasmesse da interpreti presenti in entrambi gli spettacoli come le straordinarie, storiche danzatrici della compagnia della Bausch, Nazareth Panadero e Julie Shanahan. Si ritrovano inoltre frammenti di opere iconiche della rivoluzionaria coreografa e danzatrice tedesca: per tutti, l’inizio del celeberrimo Café Müller (1978).
L’Antigone di Øyen testimonia il prezzo del coraggio di chi non china il capo alla prepotenza del potere; è il silenzio coraggioso che resiste all’oppressione fatta legge; è il cuore che continua a battere per amore (“sono nata per condividere non l’odio, ma l’amore”, Soph. Ant. 523) anche oltre la morte e le mitiche sette porte di Tebe. Il gesto danzante in questa Antigone
[è] un ‘fra’: un gesto sospeso, in bilico, fra un moto anteriore e un movimento a-venire. […] Il gesto danzante si fa gesto di una moltitudine di gesti, imponendosi quale testimonianza dell’oscillare dell’immaginazione tra gli estremi, nella simultanea verità degli opposti, nell’anti-pensiero che da sempre il pensiero conserva occultato in sé. Gli opposti si avvicinano l’uno all’altro trapassando ciascuno nel ruolo dell’altro, e ritrovando così, nell’altro, se stesso; testimoniando la calma nella tempesta dell’unione; accogliendo la radicalità dell’opposizione anche nella meraviglia dell’istante che li dissolve in una logica capace di comprendere in sé l’identico e il diverso (Ermini 2017, pp. 160-161).
Riferimenti bibliografici
G. C. Chernetich, Dopo i Neues Stücke del 2015. Dialoghi tra creazione e repertorio: Dimitris Papaioannou e Alan Lucien Øyen coreografi per il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch,“Danza e ricerca. Laboratorio di studi, scritture, visioni”, 11, 11, 2019, pp. 111-130.
F. Ermini, La dimora del pensiero danzante, in M. Zanardi, a cura di, Sulla danza, Edizioni Cronopio, Napoli 2017, pp. 157-167.
S. Fornaro, R. Viccei, a cura di, Antigone. Usi e abusi di un mito dal V secolo a.C. alla contemporaneità, Edizioni di pagina, Bari 2021.
G. Klein, Pina Bausch’s Dance Theater. Company, Artistic Practices and Reception, transcript Verlag, Bielefeld 2020.
Antigone. Regia e coreografia Alan Lucien Øyen; interpreti: Enoch Grubb, Indra Lorentzen, Pascal Marty, Riley O’Flynn, Nazareth Panadero, Julie Shanahan, Fernando Suels Mendoza, Lee-Yuan Tu, Meng-Ke Wu; collaboratori creativi: Daniel Proietto, Andrew Wale; scene: Åsmund Færavaag; costumi: Stine Sjøgren; luci: Martin Flack; suono: Martin Flack; video: Mathias Grønsdal; responsabile tecnico: Chris Sanders; direttore di scena: Daniel Hones; responsabile costumi: Anna Lena Dresia; produttore esecutivo: Essar Gabriel; produttrici: Ornella Salloum / per Winter Guests: Syv mil v/Tora de Zwart Rørholt / Ingrid Saltvik Faanes; produzione: Winter Guests; in coproduzione con Teatro di Roma-Teatro Nazionale, The Norwegian Opera and Ballet, Centro Servizi Culturali Santa Chiara; con il sostegno di Arts Council Norway, Città di Bergen; supporto per lo spazio prove gentilmente offerto da Pina Bausch Zentrum; anno: 2026; durata: 135 minuti.
*Foto: Claudia Pajewski