John Turturro, al suo debutto nella regia lirica con Rigoletto – correva l’anno 2018 – dichiarò che ogni personaggio in quell’opera ha la sua parte di verità, ognuno una sua parte di ragione. Il contrario accade nell’Antigone con la regia di Robert Carsen, andata in scena al Teatro Greco di Siracusa per la stagione 2026: ognuno ha solo la sua parte di menzogna, di torto, ad eccezione di Antigone, cui è affidato il messaggio di questo allestimento: il rifiuto della violenza, della sopraffazione e della guerra. L’orchestrazione sapiente di Robert Carsen (gli è stato conferito il premio “Eschilo d’oro” 2026), sia in termini visivi che di agogica temporale, evidenzia le dinamiche di odio e violenza dei nostri dolorosi tempi, come anche di ogni epoca del passato, in cui unica costante è la guerra.
L’operazione registica è di fattura sopraffina e incentrata intorno alla paura di perdere il potere, senza soffermarsi sulle zone d’ombra e sulle aporie del testo, delle quali è acuta studiosa Sotera Fornaro che sull’argomento ha pubblicato interessanti contributi, fra cui, uno dei più recenti, Antigone. Usi e abusi di un mito dal V secolo alla contemporaneità.
L’Antigone è rottura, è non ritorno, fine di una stirpe e di un mondo poiché il cieco potere, timoroso per la propria sopravvivenza, ha ucciso l’umano, ha fagocitato i propri figli, negando i diritti della corporeità, in un barbarico rifiuto della cura del corpo di chi non è più in vita da parte di chi lo è. La tragedia, come è noto, si apre in una Tebe devastata dalla lotta fratricida tra i figli di Edipo, Eteocle e Polinice, morti uccidendosi a vicenda per la successione al trono. Creonte, fratello di Giocasta, autoproclamatosi sovrano, vuole ristabilire l’ordine dello Stato attraverso un atto esemplare: un editto che onora con i riti sepolcrali il corpo di Eteocle, ma condanna il corpo di Polinice, il “traditore”, a restare insepolto, pena la morte per chi trasgredisca tale ordine. Con un gesto così eclatante, che contravviene le stesse leggi sociali, ancor prima che quelle morali e divine, il neo-leader mira a una prima prova di forza del proprio potere: affermare la dittatura di un solo uomo, adoperando la violenza come sistema e gli apparati militari come strumento. Antigone, insieme alla sorella Ismene le uniche superstiti della stirpe di Edipo, sceglie di ribellarsi a questa legge, sfidando l’autorità politica del nuovo sovrano. Ne consegue la condanna a morte della fanciulla, il suicidio di Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone, quello di Euridice, moglie di Creonte, tutte sciagure predette da Tiresia. Quest’ultimo riesce a far mutare parere a Creonte, ma senza poter impedire le conseguenze della sua violenza. Poiché violenza genera violenza, odio genera odio, guerra genera guerra.
L’allestimento di Robert Carsen non s’inscrive in una generica volontà di attualizzazione della tragedia. Al contrario la regia, scavando dentro la parola, ha costruito un immaginario pertinente e funzionale al testo: la dimensione bellica incarna la violenza della volontà di Creonte e la violenza si dispiega nelle logiche della sopraffazione e della disumanizzazione cui assiste il pubblico. Per contro, i momenti profondamente umani sono quelli in cui i cittadini di Tebe piangono i propri cadaveri, si riconoscono come un’unica anima con molti corpi, come nel toccante lungo quadro di apertura, in cui, dopo la deposizione dei cadaveri da parte dei militari in tuta mimetica, scandita da rollio di tamburi e agghiacciante per la sua vacua ritualità da altero funerale di stato, i cittadini di Tebe compiangono i propri cadaveri, messi in sacchi di plastica grigi tutti uguali, a distinguerli un’etichetta con un numero. O quando, in una scena curatissima nella mimica della disperazione, irrompe brevemente lo strazio del pianto e delle urla delle donne di Tebe per i propri morti.
I movimenti di Marco Berriel sono uno dei linguaggi di cui si avvale la regia per incidere emotivamente sullo spettatore, che viene letteralmente scosso dalla violenza della gestualità militare e dalla ritualizzazione del dolore e della sofferenza nell’espressione corporea delle donne del coro. Straordinaria, notoriamente – esercitata nella sua lunga pratica operistica – è la capacità di Carsen di “muovere le masse”, come si dice in gergo tecnico, coordinando centinaia di figuranti – con un coro composto da ottanta elementi – all’interno dell’imponente dispositivo scenografico, concepito da Radu Boruzescu, la monumentale scalinata che, nei due precedenti spettacoli della trilogia di Edipo, rappresentava il palazzo del potere (Edipo re), il verdeggiante luogo sacro alle Eumenidi (Edipo a Colono) e che ora assume le sembianze di un campo di battaglia crivellato da colpi di armi da fuoco, devastato, come l’umanità che lo popola.
Attraversata da soldati armati e progressivamente sommersa dal fumo degli spari, la scena, glacialmente illuminata da un efficacissimo disegno dello stesso Carsen e di Giuseppe Di Iorio, diviene il luogo simbolico della dissoluzione dell’umano e dell’irruzione della violenza nella storia, sottolineata dalla musica straniante e minimalista di Cosmin Nicolae, che raggiunge un vertice espressivo nella nota tenuta allo stremo durante la profetica esternazione di Tiresia. Il nero dei costumi essenziali e funzionali di Luis Carvalho scolpisce il lutto, diviene segno simbolico della negazione della umanità nella sua creaturale corporeità, una negazione che raggiunge il suo acme nella disumanizzazione cui è costretta la Guardia (un ottimo Pasquale Di Filippo), prima vittima, se così possiamo dire, della violenza del tiranno che si abbatte sugli stessi militari.
Alla violenza l’unica vera forza di contrapposizione è il femminile: Antigone, interpretata da Camilla Semino Favro, dalla recitazione asciutta ed energica, mai irruente o per contro lamentosa, postula i capisaldi del proprio agire, ovvero compiere il “crimine santo” della sepoltura del fratello, ristabilire i principii di umanità prima che il dittatore imponga ulteriori logiche perverse di sopruso e sopraffazione, nonché rifondare i legami di una famiglia di cui con Ismene, interpretata da Mersila Sokoli, è l’ultima sopravvissuta.
Lo scontro con Creonte, interpretato magistralmente da Paolo Mazzarelli, algido e suasivo, senza sbavature e manierismi (l’unico attore in scena in tutta la trilogia), è lo scontro con la paura dell’uomo, quella paura che egli cela a tutti, anche a se stesso. Creonte è l’uomo “alla prova della legge e del potere”, che intende rimettere la città sulla “rotta giusta”, ma ha paura. E dalla paura nasce la sopraffazione, dalla paura nasce l’arbitrio di chi esercita il potere, come capiamo dalla sua lunga battuta in cui fa riferimento a coloro che non si sottopongono al suo “giogo” e rifiutano di obbedirgli.
Una paura che assume il volto meduseo di Antigone, da cui è letteralmente terrorizzato, come rivelano alcune intonazioni in frasi, apparentemente incidentali delle sue elucubrazioni: “Se [Antigone] avrà il potere di farlo impunemente, allora non sono più un uomo – è lei l’uomo”. La disubbidienza di Antigone, che difende ben diversi valori rispetto ai suoi, i valori di una legge divina protettrice delle relazioni familiari, una legge dell’umano, viene vissuta da Creonte come un attentato contro la propria mascolinità, contro l’ordine presunto di un potere che in fondo si è attribuito da solo, e che pertanto è estremamente fragile, al punto da correre il rischio di essere “violato” da una femmina. Un potere cieco, che non sa rendere i giusti onori ai morti, né il giusto ascolto agli anziani, agli indovini, a quel Tiresia, cui dà egregiamente corpo, voce ed energia un grande Graziano Piazza.
La tragedia ci consegna una visione disincantata e disperata dell’umanità: “Sono molte le cose tremende: nessuna è più tremenda dell’uomo” che “cade nel deserto se per audacia si lascia toccare dal male”, uno stasimo recitato dal coro disposto in cerchi concentrici, come a non poter eludere la iterazione del male. Eppure lo spettacolo, con la sua coerenza, stringatezza, e asciutto lirismo, ha un effetto fortemente catartico: l’esperienza dell’orrore bellico fa rinascere nella platea un sentimento di comunità, un riconoscersi nella fragilità, nell’essere tutti vittime della violenza di pochi ma feroci plutocrati e fanatici, “spaventati” di perdere se stessi, perdendo il potere. Nel disincanto del finale, ci riconosciamo corpi fra corpi nella cavea, condividendo un accresciuto orrore nei confronti della violenza e della guerra, desiderosi di contrastare quella massima che recita “nulla nella vita dell’uomo avviene senza rovina”.
Riferimenti bibliografici
S. Fornaro, R. Viccei (a cura di), Antigone. Usi e abusi di un mito dal V secolo a.C. alla contemporaneità, Edizioni di Pagina, Bari 2021.
Sofocle, Antigone, traduzione di Francesco Morosi, in “Antigone. Programma di Sala”, Fondazione Inda, Siracusa 2026.
Antigone. Testo: Sofocle; regia: Robert Carsen; traduzione: Francesco Morosi; interpreti: Camilla Semino Favro, Mersila Sokoli, Paolo Mazzarelli, Pasquale Di Filippo, Gabriele Rametta, Ilaria Genatiempo, Graziano Piazza; scena: Radu Boruzescu; costumi: Luis Carvalho; musiche: Cosmin Nicolae; movimenti: Marco Berriel; luci: Robert Carsen, Giuseppe Di Iorio; assistente alla regia: Stefano Simone Pintor; assistente scenografo: Alison Isabel Walker; assistente costumista: Giorgia Tomatis; durata: 120’; anno: 2026.
Foto ©Maria Pia Ballarino