Ritratto (controverso) di una generazione

di DANIELA CARDINI

And Just Like That… di Darren Star.

A più di vent’anni dal debutto, l’uscita del nuovo capitolo di Sex and the City ha suscitato aspettative altissime nei fan, ma anche il timore di un’altra cocente delusione: come dimenticare quei due improponibili film (uno, accettabile, del 2008; l’altro, inguardabile, del 2010) il cui unico pregio è stato far trascorrere agli spettatori affezionati ancora un po’ di tempo insieme alle amate protagoniste? And Just Like That… è partita col piede giusto, con un primo episodio pieno di ritmo, dialoghi scoppiettanti e alternanza perfetta di toni; le “ragazze” sono apparse allo stesso tempo fedeli a se stesse e profondamente diverse dai loro trent’anni. Gli oltre due decenni trascorsi nella vita reale si riflettono negli atteggiamenti e nell’aspetto di Carrie, Charlotte e Miranda: gli occhiali da presbite sfoderati per leggere il menù al ristorante, i capelli grigi di Miranda, il look sempre glamour ma adeguato all’età. Insomma: il temibile giro di boa dei cinquant’anni non viene nascosto né negato. La mancanza di Samantha si fa sentire, ma la qualità della scrittura si manifesta anche (o forse soprattutto) nel modo in cui la sua presenza/assenza entra a far parte del racconto. Anche se non si può contare sull’attrice Kim Cattrall, il personaggio di Samantha c’è: ha litigato con Carrie (come nella realtà) e si è trasferita a Parigi, ma nel primo episodio sembra che i rapporti tra le due stiano timidamente riannodandosi a distanza.

Insomma, i fan tirano un sospiro di sollievo: le protagoniste non sono caricature, lo stile narrativo è di gran lunga migliore rispetto a quei brutti film, il patrimonio simbolico è integro…fino agli ultimi cinque minuti. Fino a quella scena divenuta il finale più spoilerato dai tempi gloriosi di Game of Thrones: Big, l’ex sciupafemmine, un po’ ingrigito e imbolsito ma sempre gigione e seduttivo, apparentemente addomesticato dalla vita matrimoniale al punto da dedicarsi, ahimé, alla cucina casalinga, muore d’infarto durante una seduta di cyclette (anzi, di Peloton, azienda produttrice di attrezzi di lusso per il fitness che ha passato un brutto quarto d’ora dopo la messa in onda dell’episodio). La sua uscita di scena drammatica e inattesa getta nello sconforto milioni di fan. Ma, quel che è peggio, la scomparsa di Big “ammazza” anche il racconto, perché arriva troppo presto e toglie carburante al personaggio di Carrie-moglie, proiettandola immediatamente nella condizione di vedova: scelta molto rischiosa per una serie che, in fondo, rimane una sitcom. Senza Big e senza Samantha, negli episodi successivi la sceneggiatura scricchiola. La relazione fra le protagoniste viene ripensata in funzione degli equilibri narrativi fra tre e non più fra quattro caratteri femminili principali; la spinta dialettica generata dal personaggio di Big sparisce. Lo squilibrio provoca a tratti nello spettatore quel senso di disagio – se non di imbarazzo – spia di qualcosa che non funziona.

L’evoluzione delle tre protagoniste procede a velocità troppo diverse. A sorpresa, è Miranda (e non Carrie) a subire il cambiamento più profondo e radicale. A lei è delegato il fardello più pesante dell’intera serie: la necessità, reclamata a gran voce dalla critica fin dagli esordi della serie-madre, di rappresentare le minoranze senza renderle caricature, di colorare tutto il bianco che permeava colpevolmente Sex and the City, di dar voce finalmente alle istanze di inclusività che oggi non è più possibile ignorare. “E fu così” che Miranda si innamora di Che Diaz, icona non-binary della comunità LGBTQ, ma il suo cambiamento passa attraverso situazioni e incontri che la fanno apparire spesso goffa, retrograda, fuori moda, insomma l’ombra dell’avvocatessa d’assalto che usava gli uomini come accessori. Ne risulta un personaggio divisivo: secondo alcuni la vera protagonista della serie, capace di dar voce alle contraddizioni e fragilità delle donne contemporanee, e secondo altri una presenza eccessiva, oltre i confini della credibilità.

All’estremo opposto, Charlotte non cambia, anzi accentua la sua storica componente frivola e bon ton portandola al limite del caricaturale. Smarrita di fronte ai temi dell’inclusività, incapace di accettare le scelte sessuali della figlia Rose, vive il matrimonio e la maternità riparandosi poco coraggiosamente all’ombra di stereotipi ormai passati di moda. E Carrie, protagonista indiscussa della serie-madre, rimane un po’ schiacciata tra questi due estremi, parzialmente oscurata sia dall’occupazione dello spazio narrativo da parte di Miranda, sia dalla morte repentina di Big. La scommessa degli sceneggiatori – raccontare una vedovanza da cui partire per ridisegnare i contorni del personaggio – manca di profondità,  perché non ci si è preso il tempo di raccontare il matrimonio. Se non conosciamo gli stati d’animo di Carrie durante la sua vita coniugale con Big, non riusciamo a capire come possa sentirsi ora che Big non c’è più. Per un personaggio “leggero” è un’impresa titanica rendere credibile il dramma: per intenderci, non tutti sono Ricky Gervais o Michael Douglas. E infatti Carrie ogni tanto si rattrista, ogni tanto piange, ma non sembra soffrire più di tanto. Appare concentrata soprattutto a mantenere quanto più possibile la vita precedente (infatti si trasferisce nella sua vecchia casa da single), salvo fermarsi ogni tanto con sguardo contrito davanti all’armadio dei vestiti di Big o alla sua fede nuziale. È interessante che il detonatore della sua sofferenza sia rappresentato dagli oggetti; un aspetto, questo sì, che somiglia molto alla “vecchia” Carrie.

Nello scorrere degli episodi, la sensazione che qualcosa non torni aumenta, acuita anche dall’inserimento di personaggi femminili nuovi potenzialmente interessanti, ma non sufficientemente approfonditi. Tuttavia, quando si riescono a mettere da parte le aspettative, se ci si libera dal fardello del confronto e si prova ad entrare senza preconcetti nel flusso narrativo più lento e accidentato del nuovo racconto, allora si scopre che il “fuori fuoco” dei personaggi aderisce alla realtà: And Just Like That… riesce a evidenziare, anche e soprattutto nelle sue debolezze, la difficoltà di raccontare le donne over 50. Questa apparente fragilità si trasforma, anche questa volta, nel graffio di una serie che raccoglie una sfida e si fa carico di un tema scomodo: se vent’anni fa era il sesso pensato, parlato e agito dalla parte delle donne, oggi è l’universo ancora inesplorato della femminilità matura.

Nell’offerta seriale attuale, molti titoli di successo sono incentrati sul racconto dell’adolescenza, della giovinezza e della coppia; ma le over 50 mancano all’appello. Come è noto, le tematiche trattate nelle serie tv accendono un riflettore sulla contemporaneità; guarda caso, nel mondo reale (e social) per parlare delle cinquantenni non si usano mezzi toni: o sono miracolate (“è ANCORA bella”), o sono relitti (“come si è ridotta”). È proprio nel farsi coraggiosamente carico di rappresentare questa assenza tematica che And Just Like That… non tradisce l’eredità di Sex and the City e prova ad alzare l’asticella, mettendo al centro una generazione per la quale sembrano non esistere ancora le parole giuste. Ne esce un ritratto impreciso, a volte impietoso, con molte sbavature, ma del quale non si può non apprezzare la modernità e la necessità. Non solo: la continuità tra le due serie si conferma nella rappresentazione di figure maschili fragili. Anche qui, come in Sex and the City, gli uomini mettono in scena un intero catalogo di debolezze. Uno muore d’infarto facendo il giovane sulla cyclette; l’altro (Steve, marito di Miranda) è diventato un vecchio ormai rimbambito e mezzo sordo; un altro ancora (Henry, marito di Charlotte) soffre di problemi alla prostata. L’unico uomo apparentemente sano e risolto è un corteggiatore di Carrie, ma risulta talmente noioso da non interessarla minimamente.

Oltre all’invisibilità sociale delle cinquantenni, dunque, anche l’universo dei coetanei maschi sembra non avere ancora trovato un linguaggio narrativo seriale capace di coglierne l’identità profonda, al di fuori della categoria degli antieroi (salvo forse le già citate figure-capolavoro dei protagonisti di After Life e de Il metodo Kominski: ma in un caso si tratta di un vedovo, nell’altro di un uomo molto anziano). Basterebbe questo doppio atto di coraggio a fare di And Just Like That… una serie degna di attenzione. Date queste premesse, si è portati a pensare che ci sia spazio per una seconda stagione: c’è ancora tanto da dire – e da migliorare – nella rappresentazione di una intera generazione.

Purtroppo non sapremo mai se Samantha, il personaggio considerato da molti il più interessante della serie-madre, si sarebbe trasformata nella caricatura di se stessa – la sessantacinquenne sex-addicted – o nel ritratto riuscito della nuova donna over 60. E non sapremo neppure se Carrie e Big, sogno romantico di almeno due generazioni, sarebbero naufragati nella melassa della noia matrimoniale. Ma diciamola tutta: pur con i suoi difetti e le cadute di tono, And Just Like That… riesce a rispettare le proprie radici molto meglio di quanto non abbia saputo fare, ad esempio, la tristissima reunion di Friends, dove si è visto con spietata chiarezza cosa significhi non saper invecchiare. In fondo, nonostante i loro limiti, le “nuove” Miranda, Carrie e Charlotte non ci hanno né spaventati, né intristiti. Certo, ci hanno lasciato un po’ di amaro in bocca e un velo di nostalgia per il tempo che è passato… ma questa è la vita, bellezza.

Riferimenti bibliografici
K. Akass, J. McCabe, a cura di, Reading ‘Sex and the city’, I.B.Tauris, Londra 2003.
D.J. DeFino, The HBO Effect, Bloomsbury, Londra-New York 2013.
E. Nussbaum, Difficult Women. How Sex and the city lost its good name, in “The New Yorker”, 29 luglio 2013.

And Just Like That… Sceneggiatura: Michael Patrick King, Darren Star; interpreti: Sarah Jessica Parker, Cynthia Nixon, Kristin Davis; produzione: HBO; distribuzione: SKY; origine: Stati Uniti; anno: 2021.
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