L’immagine di una strada di montagna ripresa in campo lungo apre una sequenza che si sofferma poi, attraverso inquadrature statiche, sui picchi e sulle vallate circostanti, prima di tagliare su un uomo che, microfono di presa diretta alla mano, si accovaccia silenziosamente e inizia a registrare i suoni del paesaggio. Interpretato dal regista e videoartista Kuba Dorabialski, che si fa personaggio all’interno del suo primo lungometraggio, presentato in concorso alle Giornate degli Autori, l’uomo compare in un prologo che appare inizialmente del tutto scollegato dal seguito di Agata the Writer, film che porta lo stesso nome con il quale conosciamo la protagonista (Mia Wasikowska), introdotta da una voice over narrante che accompagna le riprese del paesaggio montano.

Agata è una scrittrice di romanzi che decide di partire dal Paese in cui vive, l’Australia, per trascorrere un periodo in una bella casa di Sarajevo, in Bosnia, dove crede troverà l’ispirazione ormai latitante per scrivere un nuovo libro, ambientato durante le guerre jugoslave. La donna, che sente un’affinità quasi panslava con quella realtà a causa delle proprie origini polacche, incontra però fin da subito una forte ostilità da parte delle persone che incontra e cerca di intervistare, le quali, appena comprendono che non è né una giornalista né una studiosa, le consigliano più o meno apertamente di scrivere d’altro.

Per quelle persone, infatti, ricordare e raccontare significa ripercorrere un trauma che non ha mai trovato pieno spazio di elaborazione né all’interno dei Paesi della ex Jugoslavia – come hanno dimostrato anche i recentissimi funerali di Stato organizzati in Serbia per Ratko Mladić, capo di stato maggiore dei serbo-bosniaci e criminale di guerra ideatore, tra le altre cose, del massacro di Srebrenica – né nel resto d’Europa, dove la pulizia etnica e l’assedio di Sarajevo – il più lungo della storia moderna – sono stati troppo presto relegati tra le pieghe della Storia. Il problema però riguarda anche la posizione dalla quale Agata pretende di avvicinarsi a quel trauma. La prossimità che immagina di possedere in virtù delle proprie origini polacche si rivela infatti una costruzione resa possibile proprio dalla distanza: osservata dall’Australia, l’appartenenza slava le appare come uno spazio culturale condiviso. Una volta arrivata a Sarajevo, però, le differenze storiche, politiche e nazionali che quella categoria tende ad appiattire tornano inevitabilmente in primo piano.

Se gli abitanti della città non hanno le forze per raccontare per l’ennesima volta la propria esperienza – racconto che ormai, come spiega una donna durante un’intervista, è diventato una performance reiterata per le orecchie di storici, giudici e giornalisti – è Sarajevo stessa a recare su di sé le tracce di quanto accaduto. Dapprima città multiculturale e multietnica, dopo il conflitto è economicamente depressa e priva di opportunità per i giovani, che dagli anni Novanta continuano ad abbandonarla in massa. Al tempo stesso, però, la casa finemente arredata e adornata da opere d’arte nella quale vive temporaneamente Agata è indice di una realtà che scorre parallelamente a quella degli edifici brutalisti e agli scheletri delle Olimpiadi del 1984: una Sarajevo fatta di dark tourism, quartieri gentrificati e prezzi ormai troppo elevati per gli stessi abitanti della città. Una gentrificazione alla quale contribuisce anche Agata che, pagando in dollari australiani, può permettersi uno stile di vita il cui costo le rimane in larga misura invisibile.

La contraddizione è la stessa che attraversa il progetto del suo libro. Agata arriva a Sarajevo con la convinzione che il trauma altrui possa diventare una cornice narrativa attraverso una raccolta sufficientemente accurata di testimonianze, quasi che l’atto di ascoltare fosse di per sé garanzia di legittimità. Gli incontri che compie mettono progressivamente in crisi qualsiasi idea di verità o neutralità: non è sufficiente dichiararsi interessati a una storia per sottrarsi ai rapporti di potere che determinano chi possiede i mezzi per trasformarla in un prodotto culturale e chi, invece, continua semplicemente a viverne le conseguenze.

Dorabialski firma un film del quale cura anche la fotografia, il montaggio e le musiche, creando un’opera che si interroga sulla responsabilità che chi decide di raccontare deve assumersi. Una responsabilità che si può tradurre nel concetto di posizionamento, per dirlo nelle parole di Donna Haraway: la consapevolezza di avere una prospettiva parziale e situata, che non può avere la pretesa di restituire una verità completa, specialmente quando ciò che viene raccontato non appartiene direttamente a chi racconta. Il film, dunque, richiede di riconoscere la posizione dalla quale si prende parola e le diseguaglianze materiali che amplificano alcune voci e ne oscurano delle altre. 

In questo contesto, un ruolo fondamentale è affidato allo spazio sonoro, costantemente attraversato dal vento, dal canto degli uccelli e da altri rumori naturali. Il suono possiede infatti una dimensione inevitabilmente spaziale e corporea: ci fa percepire la distanza, la provenienza, la posizione occupata da chi ascolta. Non stupisce allora che il personaggio destinato a ricomparire nel romanzo di Agata sia proprio un fonico, il quale non osserva il paesaggio da lontano ma si accovaccia, avvicina il microfono, sceglie letteralmente dove posizionarsi con la consapevolezza che registrare significa scegliere cosa rendere udibile, quanto avvicinarsi e che cosa lasciare fuori. Il microfono, non diversamente dalla macchina da presa e dalla scrittura, seleziona e cattura una porzione di realtà.

È così che Dorabialski compie la scelta radicale – debitrice dei linguaggi e delle temporalità della videoarte – di dedicare l’ultima parte del film a un lungo monologo nel quale Agata legge ad alta voce i primi capitoli del libro che finalmente sta scrivendo, veicolato attraverso l’alternarsi dei primi piani del personaggio su fondo nero e di campi lunghi e statici sulle sequenze narrate. Il romanzo stesso assume infatti una forma cinematografica, più simile a una sceneggiatura costellata di indicazioni sulle inquadrature, con descrizioni di campi e piani che scandiscono il racconto e ricordano continuamente che ogni immagine è, prima di tutto, selezione e delimitazione del reale.

All’interno di questo libro così cinematografico ritroviamo Janek, il fonico della sequenza di apertura, un uomo di origine polacca – come Agata e come lo stesso Dorabialski – che si imbatte in un frammento della memoria della guerra in Bosnia in occasione dell’inaugurazione di un monumento commemorativo commissionato a una famosa artista polacca. La scelta di affidare l’opera a un’artista straniera già affermata, invece di sostenere l’arte e la cultura locali, sposta così il problema dalla rappresentazione del trauma alle condizioni materiali che permettono quella rappresentazione. Chi detiene i mezzi della produzione culturale non deve soltanto interrogarsi su quali storie raccontare e su come raccontarle, ma anche chiedersi quando sia necessario mettere quei mezzi a disposizione di qualcun altro, pena il rischio di trasformarsi in un ladro d’arte del tutto simile a quello che si rende protagonista degli inspiegati furti che nel corso di tutto il film colpiscono la casa in cui soggiorna Agata.

Il posizionamento di Janek diventa allora quello della scrittrice e dello stesso Dorabialski, in un gioco di rimandi in cui l’autore si fa personaggio e il personaggio, a sua volta, autore. La sequenza che apriva il film rivela così la propria centralità: prima di registrare, Janek deve scegliere dove collocarsi, e lo stesso vale per chi scrive e per chi produce immagini. Posizionarsi significa allora anche sapersi decentrare, mettersi di lato per lasciare spazio ad altri sguardi e ad altre voci. Ed è proprio in questa rinuncia a occupare il centro che Agata the Writer trova la propria posizione.

Riferimenti bibliografici
D. Haraway, Saperi situati: la questione della scienza nel femminismo e il privilegio di una prospettiva parziale, in “Manifesto cyborg: donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”, a cura di L. Borghi, Feltrinelli, Milano 1995.

Agata the Writer. Regia: Kuba Dorabialski; sceneggiatura: Kuba Dorabialski; fotografia: Kuba Dorabialski; montaggio: Kuba Dorabialski; musica: Kuba Dorabialski; suono: Wade Keighran; costumi: Kylie Gonder; interpreti: Mia Wasikowska, Vedrana Božinović, Selma Alispahić, Mia Morrissey, Admir Glamočak, Zoran Jevtic, Hatidža Ćorić, Kuba Dorabialski; produzione: Whitefalk Films; origine: Australia; durata: 95’; anno: 2026.

Tags     narrazione, trauma
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